La scuola per la memoria: L’esperienza della Scuola Elementare di Atina

Nel 2005, presso la scuola elementare di Atina, per opera di due valenti maestre Maria Caira e Patrizia Persechini e dei ragazzi della 5^ elementare sez.A fu realizzato un progetto sul tema “Emigrazione.

Esemplari e lodevoli sia il tema, che il processo didattico che ne seguì: il principio di esercitare l’indagine scolastica a partire dalla propria realtà sociale economica e culturale, il principio di affrontare gli argomenti attraverso l’impegno esperienziale diretto, il principio di  finalizzare la ricerca alla produzione di rapporti e relazioni  che fossero contributi nella costruzione della storia locale. L’esito finale fu la pubblicazione di un volumetto con una quindicina le storie. Storie che appartengono, come detto, agli ambiti familiari degli alunni. Racconti di vita distaccati, senza filtri e manipolazioni, ma sempre fermi immagine della nostra storia. Il lavoro fu Progetto Emigrazione:  Storie Di Vita…Racconti di Emigranti - Realizzato dagli alunni della classe V sez  A di Atina AS 2005/2006. 

Forte apprezzamento per il lavoro delle due insegnanti e forte auspicio che in altre scuole del territorio si riproponga l’esigenza di trattare il tema della nostra emigrazione, sicuri che l’interdisciplinarietà dell’argomento contribuisca efficacemente alla formazione  umana, sociale e disciplinare dei nostri ragazzi, sicuri della funzione sociale della scuola nel conservare la memoria di una comunità. Molte delle storie presenti nel volume saranno pubblicate nel nostro sito, di questo ringraziamo soprattutto la Sig.ra Maria Caira. Iniziamo con le memorie di Raffaele Riccardi di Atina.

Valcomino-SenzaConfini

 

RAFFAELE RICCARDI SI RACCONTA

Sono partito volontario in marina nel 1943 in piena guerra e sono andato a La Spezia alla scuola per radiotelegrafisti. L'Otto settembre, quando l'Italia chiese l'Armistizio, la scuola venne invasa dai tedeschi e fummo fatti prigionieri. Riuscii a fuggire e tornai ad Atina, ma il fronte si avvicinava a Cassino e fummo costretti a sfollare nei vari comuni della Valle fino ad arrivare a Civitavecchia di Arpino.

Una sera però fui preso dai tedeschi e portato a Roma. Da Roma, dopo due giorni, fui caricato su di un camion diretto verso nord insieme ad altri prigionieri. Viaggiavamo sempre di notte e, arrivati ad un certo punto, il camion rallentò e mi resi conto che stavamo salendo su un ponte per attraversare un fiume, così dissi ai compagni che era il momento di tentare la fuga. Nessuno si mosse, ma io ed un altro ci buttammo dal camion e riuscimmo a scappare.

Vidi una luce accesa in una casa e bussai per chiedere aiuto: era una casa di contadini anziani, avevano il camino acceso e mi fecero entrare per farmi asciugare, mi diedero da mangiare, ma mi consigliarono di andare subito via perché quel posto era poco sicuro e mi indicarono la strada per andare in un luogo più tranquillo. Mi incamminai verso i monti e la sera trovai lungo la strada un fienile abbandonato e decisi di passare lì la notte, ma prima che facesse buio sentii delle voci di ragazze che venivano verso di me. Quando mi giunsero vicino mi chiesero cosa stessi facendo lì e spiegai loro che ero un soldato e che volevo dormire nel fienile, ma insistettero per portarmi a casa dove fui accolto molto bene e trattato come un figlio.

Dopo un po' di giorni incominciai ad annoiarmi e il capofamiglia se ne accorse per cui mi chiese se poteva fare qualcosa per me. lo gli dissi che avrei voluto lavorare e questo signore pensò ad un suo fratello che lavorava nei cantieri Tod, gestiti da una un'organizzazione paramilitare tedesca. Così fui assunto come guardiano notturno ai magazzini generali. Lì c'era una mensa, ma io non ci mangiavo perché lavoravo di notte e di giorno mangiavo a casa dei miei ospiti. Un giorno decisi di mangiare a mensa e una signora che lavorava lì mi chiese da dove venivo. Quando le dissi che venivo da Atinami disse che vicino casa sua abitava un mio paesano. Il pomeriggio stesso insieme con lei mi recai da questo paesano per conoscerlo: era Celestino Fasoli che io non conoscevo, ma che, appena mi vide, capì a quale famiglia appartenevo e subito mi accolse in casa sua come ospite.

I tedeschi però continuavano la loro azione di rastrellamento di uomini, per cui anch'io, come tutti gli altri giovani, mi rifugiai sulle montagne come partigiano: eravamo un gruppo di circa 80 giovani. Un giorno fui ricevuto dal sindaco di Verbania e gli dissi che avevo bisogno di lavorare; lui fece delle telefonate ed arrivarono due signori e l'ingegnere capo del comune e , parlando, gli dissi che non ero solo ma avevo con me mio cugino. Il sindaco spiegò all'ingegnere che io ero partigiano e venivo da Cassino e che mio cugino era stato prigioniero in Germania e così pensarono di sistemarci provvisoriamente a lavorare nel comune. L'ingegnere ci comunicò che potevamo cominciare a lavorare anche il giorno dopo e il sindaco disse al segretario comunale di accompagnarci all'Albergo S.Vittore dove potevamo alloggiare a spese del comune. Inoltre ci diede una busta con una certa somma di denaro.

In quell'albergo eravamo trattati proprio bene e non ci facevano pagare neanche le sigarette perché ci davano un pacchetto di sigarette, scrivendo però che avevamo preso un'aranciata, un pezzo di formaggio o altro. Nel frattempo il mio amico si era fidanzato e, mentre loro passeggiavano, io mi divertivo a giocare a pallone in un prato. Un giorno mi vide un sacerdote e mi chiese se volevo giocare con loro la coppa Altoverbana. lo ero un po' incerto perché la cosa che mi interessava era trovare un lavoro, ma, alla fine, accettai perché il sacerdote mi assicurò che avrebbe pensato lui a sistemarmi. Iniziò il torneo, io mi misi in luce, fui capocannoniere e vincemmo il torneo. Alla fine ci fu una grande festa con cena e balli. Mentre mi stavo divertendo mi chiamarono in una stanza a fianco dove erano arrivati l'allenatore e il Presidente del Verbania, il dottor Albertini, padrone del cappellificio Albertini. Il Presidente mi propose di giocare con il Verbania, mi diede il suo biglietto da visita e mi disse di presentarmi il giorno dopo nel suo ufficio per definire la questione. Mi presentai all'appuntamento e fui ingaggiato come giocatore del Verbania e assunto come dipendente della Montedison insieme al mio amico Coppola.

ERANO GLI ANNI 46/47

lo lavoravo solo due giorni la settimana perché mi dovevo allenare ma venivo pagato lo stesso. e tutto filò liscio fino a quando nel 48 fecero la fusione delle due leghe del nord e del centro-sud che divenne la lega nazionale. Venne allora fuori che io avevo firmato due cartellini, quello del Verbania e quello di Atina, fui così squalificato a vita. Questa cosa non fu ben accetta dai tifosi accaniti che non mi perdonarono l'imbroglio, ma i dirigenti capirono che era stata una leggerezza dovuta all'età giovanile, avevo infatti appena17 anni; invece di farmi prendere il treno a Pallanza, mi accompagnarono alla stazione di Milano e tornai ad AtinaQuell 'anno Atina non era inscritta al Campionato e i miei amici andavano ad allenarsi e a giocare a Cassino. Mi convinsero ad andare con loro per stare in compagnia e partecipai ad una partitella di allenamento. L'allenatore mi vide giocare e mi chiese di giocare con loro ma io spiegai che ero stato squalificato. Allora venne il presidente del Cassino che era il sindaco Malatesta e mi disse che se accettavo di giocare con loro avrebbe pensato lui a farmi riavere la tessera. Accettai ma solo per un anno perché volevo ritornare al Verbania. Quell'anno la città di Cassino fu premiata con la medaglia d'oro dal Presidente Einaudi e forse in quell'occasione chiesero che mi venisse annullata la squalifica. Giocai per un anno a Cassino, ma poi Atina si riscrisse al Campionato e tutti noi giocatori tornammo a giocare ad Atina e i dirigenti del Verbania mi lasciarono libero ancora per un anno e poi sarei dovuto ritornare su.                                                                                      

Durante il campionato andammo a disputare una partita a Roma, molto sfortunata: l'arbitro era chiaramente contro di noi, infatti io segnai tre gol e me li annullò e Franco Bartolomucci parò due volte un calcio di rigore e ne fece tirare un altro finché segnarono. Tutti si misero a reclamare e l'arbitro venne vicino a me e mi disse di girarmi per prendere il numero, io mi ribellai e lui mi disse di uscire fuori, ma io reagii sferrandogli un pugno. Così fui di nuovo squalificato a vita.

IN SVIZZERA

Dopo questo episodio emigrai in Svizzera per andare" a trovare mia sorella Anna. Lì c'erano anche altri paesani e mi chiesero di giocare nella squadra locale ma io dissi che non potevo perché ero stato squalificato a vita. Loro insistettero dicendo che la loro squadra era composta solo da italiani emigrati, era una piccola squadra e giocava in un campionato inferiore. Dopo cinque, sei partite mi presentarono il presidente della Montamax che era una squadra di serie A che aveva partecipato alla coppa dei campioni e mi fecero conoscere i fratelli Facchinetti proprietari di una grande impresa di costruzione che mi chiesero di giocare per loro. lo feci presente la mia situazione di squalifica, ma mi dissero che non aveva nessuna importanza perché mi avrebbero iscritto sotto il falso nome di Cauer. Mi diedero il lavoro nella loro impresa, ma anche qui non lavoravo quasi mai a causa degli allenamenti. Così iniziò la mia avventura calcistica all'estero.

IN GERMANIA E IN BELGIO

Feci un paio di stagioni in Svizzera e poi mi trasferii in Germania, dove feci altre due stagioni nella serie B tedesca. A fine carriera mi trasferii in Belgio a Vervié dove facevo l'allenatore-giocatore nella serie C belga e lì feci rientrare a giocare Remo Fortuna che aveva lasciato il calcio. Finita la carriera dello sport mi misi a lavorare come cameriere alla Societé Royal che era un importante ristorante frequentato dai reali del Belgio e dal re Baldovino, da Paola e Alberto. Fui assunto facilmente perché durante il colloquio il direttore capì che io ero di Atina e mi disse che il suo miglior amico era il mio paesano Arturo Fortuna. lo avevo il diploma da cuoco preso alla scuola alberghiera di Rapallo, ma fui assunto come cameriere e svolgevo la funzione di maggiordomo della casa. In quel ristorante veniva tutta gente ricca, avvocati, dottori, impresari e la maggior parte dei pranzi erano" pranzi d'affari" e veniva gente da Parigi, dalla Germania, dalla Svizzera e dall'Olanda.                                                                                                                                                      Da Parigi veniva un impresario che era un cliente fisso e con il quale era subentrata una certa amicizia. Un giorno mi disse se volevo andare a lavorare a Parigi e siccome erano più di 4 anni che lavoravo in quel posto, accettai. Entrai nell'organizzazione di questo impresario che aveva grandi catene di ristoranti e autogrill, non solo in Francia ma anche sulle autostrade americane

A PARIGI

A Parigi non feci più il cameriere, ma fui assunto come chef. Andai a lavorare con Jaques Borrell alla torre di Montparnasse che era un grattacielo; questo ristorante aveva tre cucine differenti: cucina francese, quella orientale e quella italiana, quest'ultima all'epoca non funzionava e non vendeva nessun piatto. Quando arrivai feci del tutto per attirare i clienti nel reparto italiano del ristorante. Feci uscire sulla torre di Montparnasse la pubblicità dei miei piatti e il nome di Atina: le Delizie di Atina, il Pasticcio Riccardi, i Bocconcini di Anna e tutte le specialità italiane, ma prima di tutto i piatti tipici del nostro paese. Nel giro di poco tempo i piatti del ristorante italiano erano i più richiesti.

In seguito conobbi il proprietario del Moulin Rouge e mi chiese di andare a lavorare per lui perché aveva una specie di tavola calda che voleva trasformare in un ristorante italiano. Mi pagò per tre mesi senza lavorare per farmi seguire i lavori di ristrutturazione del ristorante. Ho lavorato qui con soddisfazione e con successo, fino al giorno in cui ho avuto un infarto e ho dovuto lasciare il lavoro per invalidità.

Sono rimasto a Parigi fino al 2003 quando è morta la mia compagna e ho quindi deciso di tornare ad Atina.

Per quanto riguarda il rapporto di noi italiani con i francesi posso dire di non aver avuto problemi di nessun tipo; ho sempre rispettato tutti e sono stato rispettato, ma so di episodi di intolleranza nei confronti, di altri paesani che venivano chiamati spregiativamente "maccaroni" e altri episodi che facevano capire chiaramente che non stavamo a casa nostra.

Raffaele Riccardi