Il ritorno di John (prima parte)

Era il primo pomeriggio di un agosto infuocato e tutto taceva nella frazione di Picinisco chiamata Fontitune. Si sentiva solo il pianto liberatorio di un giovane che singhiozzava piegato sulle ginocchia davanti ad una casetta in evidente stato di abbandono.

La casa di "Peppe Luongo", soprannome che stava a indicare che quelli della famiglia di "Peppe Luongo", erano persone di alta statura. Dio, era proprio come l'aveva descritta suo padre Antonio, la casa paterna che aveva visto nascere suo nonno Giuseppe.

John, 24 anni, stava per laurearsi in Ingegneria navale nell'Università di Glasgow.

Un giorno mentre navigava in internet gli era apparso la sagoma di una nave che si chiamava Arandora Star, un nome che gli ricordava qualcosa. Cliccò sull'immagine e trovò un articolo che parlava di una cerimonia di commemorazione per le vittime dell'Arandora Star che si era tenuta a Picinisco nel mese di giugno del 2001. John, cliccò ancora e gli apparve l'elenco delle vittime e tra queste c'era anche suo nonno Giuseppe (448 gli emigrati italiani morti di cui 81 della regione Lazio e quasi tutti della Valle di Comino e del Cassinate).

Continuò le ricerche e trovò su YouTube un filmato realizzato dai coniugi Lindsey. La storia che emergeva dalle parole dei superstiti e dalle immagini gli trasmisero una grande angoscia.

Suo nonno Giuseppe era morto perché si era trovato al posto e nel momento sbagliato, sospettato di essere, insieme con altre migliaia d'Italiani che vivevano in Gran Bretagna, una spia di Mussolini.

La tragedia dimenticata

Tornato a casa, John chiese spiegazioni al padre: “Ma papà perché non mi hai mai parlato di come è morto nonno Giuseppe?". Poi, rivolto alla madre, disse ancora: “Mamma, come è potuto accadere che nonno sia morto annegato su quella maledetta nave dove era stato incarcerato solo perché Italiano?”. Margaret, la madre, non sapeva cosa rispondere. Lei era scozzese e aveva dovuto combattere con la sua famiglia per sposare Antonio. John, l'avevano chiamato così proprio per recuperare il rapporto con la sua famiglia di rigide tradizioni del tipo mogli e buoi (…).

Margaret cominciò a piangere silenziosamente. Non sapeva cosa altro fare o cosa dire. Antonio guardò il figlio, lo abbracciò teneramente e gli disse: “John, figlio mio, non te la prendere con tua madre”. Poi continuò e gli disse: “Hai ragione, dovevo parlarti di quello che è successo a tuo nonno e a tanti paesani. Perdonami se lo faccio solo adesso”.

Antonio, cominciò il racconto: “Siamo venuti a Glasgow nel 1925 dopo la Prima Guerra Mondiale, insieme a tanti paesani della Valle di Comino, per lavorare e dare un futuro alla famiglia. Abbiamo sempre rispettato le leggi della Gran Bretagna e fatto il nostro dovere. Tuo nonno Giuseppe giocava con la prima squadra di Glasgow, era un mediano di ferro e segnava sempre tante reti. Grande faticatore, lavorava come gelataio e guadagnava belle sterline”. Antonio parlava a raffica come una macchinetta. Concluse, dicendo: “Poi, mannaggia la miseria, è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e noi emigrati italiani siamo diventati nemici dell’Inghilterra. Da un giorno all'altro è cambiato tutto. Quelli che ci erano stati sempre amici e con i quali avevamo diviso gioie e dolori e anche tanti bicchieri di vino e di birra, improvvisamente ci guardavano brutto oppure facevano finta di non conoscerci.

Tuo nonno Giuseppe, nel mese di marzo del 1940 è stato incarcerato in attesa di partire per i campi di detenzione allestiti in Canada. Poi il 2 luglio del 1940 tuo nonno è morto, come hai già saputo”.

Antonio si alzò e andò nella soffitta a prendere un piccolo baule che depositò sul tavolo della cucina. Lo apri, tirò fuori un vecchio quaderno e lo porse al figlio dicendogli: “Tieni John, questo è Il diario di tuo nonno Giuseppe che mi ha portato James un suo amico scozzese che faceva il guardiano sulla nave, tanti anni fa”.

John prese il quaderno, ringraziò il padre e rivolto a lui e alla madre disse che preferiva leggerlo in camera sua.

 

Il diario di Giuseppe

John cominciò a leggere il diario del nonno sfogliando con delicatezza le pagine.

24 giugno 1940

Oggi Francesco il mio amico di Atina mi ha fatto un regalo bellissimo e cioè questo quaderno e due matite. Ho subito cominciato a scrivere, mia cara Maria, così quando questa guerra finirà, leggeremo insieme questo diario e ci rideremo sopra. Nell'ultima lettera di Padre Zorza, ho saputo che aspettiamo un figlio e non sai quanto questa notizia mi abbia reso felice.

26 giugno 1940

Oggi, mia cara Maria, non mi sento molto bene. Meno male che abbiamo due ore al giorno per prendere l’aria e quando siamo fortunati, anche un poco di sole pallido. Ieri Massimo di Casalvieri mi ha detto che ci stanno per Imbarcare su una nave che si chiama Arandora Star. Ti ho scritto, cara Maria, una poesia che spero ti farà piacere come quella che ti ho scritto quando ti facevo la corte:

Tu sei l'aria che respiro

L'acqua che mi bagna

Il sole che mi scalda

La luce nel buio

 28 giugno 1940

Non ci dicono mai niente e ci sgridano di continuo. lo ho paura ma mi faccio forza pensando a te adorata Maria e alla creatura che porti in grembo. Non riesco ad accettare quello che ci è successo. Non è giusto, perché non abbiamo fatto nulla di male a nessuno. Prego sempre la Madonna di Canneto perché ci aiuti ad uscire da questo incubo.                                                                                                     

30 giugno 1940

Siamo tutti Italiani anche se io non Ii capisco quando parlano e nemmeno loro capiscono me. In un'altra parte della nave ci stanno i Kartofen, cioè i soldati tedeschi di Hitler. I guardiani ci prendono in giro, ci urlano frasi ingiuriose e ci chiamano pummarola, spaghetti, pizza, mandolino e mafia. lo non mi perdo di animo, cara sposa e quando quest’assurda guerra  finirà, ti porterò a Picinisco alla nostra casa di Fontitune e poi andremo a spasso a Prati di Mezzo, Forca d'Acero e a fare un giro in barca al lago di Posta Fibreno.

01 luglio 1940

E' fatta la frittata, siamo partiti questa notte da Liverpool. Oggi sul ponte ho potuto guardare bene tutta la nave. Attorno ai nostri alloggiamenti c’è del filo spinato alto tre metri e tante guardie armate che ci puntano il fucile contro se ci avviciniamo troppo alla rete. Mi sembra di essere come una gallina chiusa nel recinto con il cane fuori che abbaia. A un certo punto ho Incrociato due occhi che mi fissavano con stupore e dispiacere. Erano quelli di James, il portiere della squadra di Edimburgo al quale ho fatto tanti goal. Mi ha sorriso svelto e poi ha alzato le spalle come a dire: Mi dispiace...

02 luglio 1940

Questa notte mi sono svegliato all'improvviso e non sono più riuscito a prendere sonno. Allora ho cominciato a scrivere con quel poco di luce della lanterna nel corridoio. Ho scritto un'altra poesia, mia cara Maria, sul nome Star che vuoi dire stella:

Un giorno carpiremo Il tuo segreto

Un giorno sapremo cosa nascondi

dietro quella luce di cui ti fregi

vanitosa e Incurante delle cose umane

Un giorno …

Mentre ero sul ponte, James mi è venuto vicino e nel vedermi scrivere sul quaderno mi ha detto di stare attento perché ci sarebbe stata un'ispezione a sorpresa nelle celle e sarebbero stati perquisiti sia gli alloggi e sia i prigionieri. Temendo che potessero requisirmi il diario, ho chiesto al mio amico di conservarlo per me e di restituirmelo all’arrivo in Canada.

Ti penso ogni momento, sposa mia.                                                                          

Sui luoghi della tragedia.

 

Fu un triste viaggio quello che fece John, in compagnia di sua madre Margaret, all’Isola Rathlin di fronte la costa del nord della verde Irlanda. John aveva sperato di ritrovare qualcosa che fosse appartenuto a suo nonno Giuseppe, invece trovò solo tante tombe con la scritta: “Sconosciuto".

Tornati a casa un giorno Margaret disse al figlio: “John, perché non andiamo in Italia a Picinisco a vedere la casa dove è nato tuo nonno?”. John restò senza parole, poi tutto contento la prese tra le braccia e gli rispose: “Si, si, si, proprio quello che voglio. Si, yes, si”.

 Il ritorno di John (seconda parte)

John si avvicinò all'ingresso della casa paterna, accese il computer e si collegò su YouTube. Subito arrivarono le note e le parole della bella canzone di Benedetto Vecchio (detto il brigante), dedicata all'Arandora Star. John sorrise a sua madre, depose il diario sull’uscio di casa, poi guardando verso le montagne disse ad alta voce, che lo sentirono per tutta Fontitune: “Nonno Giuseppe, sono John, tuo nipote e sono tornato a casa”.

Bruno Vacca

Commenti   

0 #1 Anita Monti 2018-09-16 08:37
Bel racconto Bruno.
Sono stata a Bardi ad onorare I nostri .
In caro saluto
Anita Monti
Citazione

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna