Un dubbio tormenta Dominic Fanelli: ha lasciato l’Italia per la Francia nel 1968, ma non sa se è partito per davvero….di quasi sessantotto anni ne ha trascorsi solo una decina in Italia, il resto in Francia, ma non sa se è vero…Sembrerebbe un paradosso, ma non lo è.

E’ il tormento dell’identità e dell’appartenenza.   Un tormento che agita il cuore e la mente del migrante ed al quale si risponde o con la retorica della patria o con l’indifferenza della globalizzazione. Dominic in queste note autobiografiche scritte in terza persona sembra ancora vivere il dilemma o il dramma del partire e si vuol convincere che non lo ha fatto. E riacquista serenità quando torna nella casa paterna, salvo a gridare indignazione per i nostri mai eliminati vizi italici, come quello della raccomandazione e dell’esclusione del merito o della capacità dai criteri per una apprezzabile integrazione sociale.     

                                                                                              Valcomino-Senzaconfini

 

PARTITO… SENZA PARTIRE di Dominic Fanelli

L’anno del “Maggio 68” vide Parigi messa a male dagli studenti e altri corpi sociali di fronte alle forze dell’ordine che caricavano con violenza nel tentativo di sedare la rivolta studentesca.

In Italia c’erano stati identici tentativi verso febbraio, marzo, ma in maniera più “bonacciona” … a Sora era un motivo in più per andare a fare festa verso I ruderi del Castello.

Tutti lì per cantare, gioire, farsi la corte, sbaciucchiarsi… nessuna violenza. Non tutti sapevano perché si faceva sciopero.

À settembre, Parigi si era calmata, mentre a Roma, Napoli, Milano … gli studenti vollero farsi valere manifestando con pari volontà dei cugini transalpini (fu un fiasco !).

Lui non c’era, anche perché aveva in tasca il diploma di maturità: Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere studiando a Sora (vicino al Liceo Simoncelli), appena conseguito quell’anno presso il “Leonardo Da Vinci” di Frosinone.

Partire dunque …

Il lavoro non ci sarebbe stato senza qualche buona “raccomandazione” accompagnata da “prosciutti e salsicce nostrane”. Lui era contrario a ottenere un lavoro in questo modo, ignorando capacità e merito.

Due le vie possibili per lui: Francia o Canada. Nell’uno e nell’altro Paese c’era possibilità di accoglienza familiare. Cugini materni aToronto, Mingo e Antonio Morelli, e zio paterno, Attilio Fanelli, a Cayeux sur Mer sulla Manica.

Riflettendo, anche a seguito del rimpatrio definitivo di un amico rimasto solo due anni in Francia con tanto di diploma di Perito Chimico, si pose la questione: “Se vado in Canada e non andasse bene come per il mio amico, c’è il mare da attraversare, invece se vado in Francia ” poteva tornarsene a Casalvieri, anzi ai Roselli, anche a piedi, pensava.

Avrebbe voluto continuare a studiare, aveva in mente l’Università di Napoli per laurearsi in Lingue Straniere oppure quella di Roma per Economia e Commercio.

Gli piaceva studiare, era appassionato di matematica (il padre fin da piccolo gli faceva calcolare le moltiplicazioni a tre numeri, mentalmente, percorrendo la strada da Castellone ai Roselli con la valle di Comino avvolta in un mare di nebbia), aveva una predilezione anche per la geografia che gli permetteva di “viaggiare” (già!) senza tralasciare la Divina Commedia, di cui aveva (ed ha tuttora) una edizione lusso con i disegni di Gustavo Dorè.

Avendo saputo, per caso, che il padre per sostenere le spese dello studio alle superiori era stato costretto a vendere la propria fisarmonica, comprata con tanti sacrifici e di cui era molto appassionato, pensò che non fosse il caso di far sostenere ai genitori altre ingenti spese per andare all’Università. Così disse ai genitori che non aveva più desiderio e volontà di continuare a studiare, ma che voleva cercare fortuna all’estero.

Il padre era Luigi di Castellone, calzolaio dei Roselli, che oltre ad amare la fisarmonica, si dilettava a comporre poesie a tempo perso, aveva composto tra l'altro la "maïteneta di Attilio di Tiscio" (ndr Attilio di Tiscio era un personaggio rilevante nell’ambiente casalvierano soprattutto per via del suo coinvolgimento in un epico fatto di sangue).. La cantava spesso accompagnandosi con la fisarmonica Onorio di Iacuccio che fece conoscere questa “maïteneta” anche fuori dall'Italia presso i connazionali, come in Canada.

 

Prima della decisione …

Fino ad allora la sua gioventù era stata spensierata, un sacco di amici a Roselli, dove si ritrovavano per delle spaghettate improvvisate, delle scorpacciate di ciliege, di meloni o di “mazzocch’ie” nei vari periodi dell’anno.

C’era stata solo una fase “nera”, quando dopo la festa di Santo Onorio, il lunedì, uscendo dalla scuola media di Casalvieri accompagnò tre amici nella zona dei fuochi artificiali, per recuperare i "botti" non esplosi e ricavarne polvere da utilizzare poi per i "botti" natalizi.

Al momento dello svuotamento dell'ultimo botto intatto ritrovato, per un gesto incosciente di uno di loro, il mucchietto di polvere prese fuoco con una enorme vampata. Dei quattro, lui ebbe le mani bruciate al terzo grado, un po’ meno la faccia. Degli altri, uno, il più grave, ebbe colpito il braccio destro,un altro ebbe le mani lievemente bruciate, mentre il terzo, il “colpevole”, rimase indenne.

Quello era l'anno dell'esame di terza media, gli esaminatori gettavano lo sguardo sulle sue mani "nere" che odoravano ancora di bruciato.

Ricordi sempre vivi e presenti.

Per il resto gli anni della sua adolescenza e della sua gioventù erano stati spensierati.

Memorabili le sue Caccie al Tesoro, organizzate prima di espatriare e anche dopo, durante le sue ferie ad agosto, che deliziavano sia i partecipanti sia gli spettatori.

Erano gli anni sessanta, soldi non ce n’erano, al cinema ci si andava occasionalmente (al Capitol di Sora per esempio) oppure, con l’amico con la Ducati, a quello di Atina, dove arrivando 5 o 10 minuti dopo l’inizio del film … si entrava gratis.

Gli spostamenti li facevano sempre a piedi, qualche volta con la vecchia bicicletta “francese” del padre.

Una volta ebbe un incidente sulla strada del Puzzillo (Frazioncina nelle vicinanze dei Roselli) mentre andava a prendere dell’acqua alla Fontana per il padre. Lui andava giù veloce quando un altro ciclista, che risaliva verso Roselli cambiando improvvisamente corsia senza ragione alcuna provocò lo scontro. Niente di grave, una signora scappò per aiutarli e dar loro da bere, la bicicletta “francese” porta ancora i segni dello scontro.

Era di buona compagnia, sempre a far ridere, tanto che volendo “frequentare” qualche bella ragazza, non ci riusciva perché mai preso sul serio. Non ci sapeva fare probabilmente.

Conosceva così bene la lingua francese che in cambio di sigarette forniva traduzioni istantanee agli studenti del liceo Simoncelli che si trovava al piano superiore, impegnati in prove di esame. Le sigarette lui se le guadagnava anche giocando a bigliardino alla SACSA, aspettando la “corriera” diretta a Casalvieri: era bravissimo sia “in porta” che all’ ”attacco”.

Se la cavava pure in inglese, non come con il francese, ma abbastanza per non avere timori nel caso avesse scelto l’espatrio verso il Canada.

 

La partenza …

Nel novembre del ’68, partenza verso la Picardie, nord della Francia.

Aveva un indirizzo dove andare, dallo zio paterno Attilio, ma senza un lavoro che lo aspettasse. In tasca la sola carta d’identità per “ferie” anche perché a causa degli studi non aveva fatto il militare ancora. Era risultato idoneo al servizio militare a seguito dei giorni di pre-reclutamento passati a Roma presso il Distretto Militare insieme ad altri coetanei di Casalvieri.

Se ne raccontavano di belle prima di andare a Roma, come agire per “farsi scartare” o evitare di essere idonei per la Leva. Per lui invece era il primo “esame” serio della sua vita (era prima del diploma di Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere) e volle dunque farlo per bene e seriamente. Aveva affrontato le prove del pre-reclutamento con la massima serietà..

Arrivato a Cayeux sur Mer lo accolsero zio, la zia e i tre cugini. Subito, verso la metà di novembre lo zio gli presenta un italiano che era capo squadra notturna nella fabbrica SAMSON, ora chiamata SILMER.

Quest'azienda produceva silice con i sassi che il mare rigettava sulle sponde. I sassi erano frantumati e ridotti in polvere in una specie di enorme “betoniera” continuamente in moto. Oppure queste pietre erano cotte in alti forni per rendere la silice ancora più morbida e fine.

La silice era destinata alla fabbrica di bottoni, di ciprie per le donne, di piatti, ai lavori stradali per le strisce di segnaletica bianca. Esportava nel Mondo intero. Era chiamata anche “l’Usine de la mort”, infatti, anche coloro che non ci avevano mai messo piede per lavorarci, ma che abitavano nelle vicinanze, prendevano la silicosi.

Anche il cugino Yves, a soli trentasette anni, ne era rimasto vittima. In quegli anni si contarono ben 83 morti. Era addetto come operaio a riempire i sacchi di silice durante le ore notturne. Rimase lì per un anno. Sempre di notte, fu una fortuna, perché l’attività ridotta del sessanta per cento riduceva nell’aria la silice da respirare                                                                                            

Si propose alla direzione dell’azienda per lavorare negli uffici di ragioneria, anche gratis, ma gli fu negato. Logico, i diplomi stranieri, come quelli italiani non avevano alcun valore …. Fortuna volle che, utilizzando un grande immobile ristrutturato con gli incentivi dello Stato Francese nell’ambito del risarcimento dei danni di guerra, si istituisse a Cayeux sur Mer un centro per menomati fisici con quoziente intellettuale dal 40% al 90%.

Il direttore era il futuro suocero del cugino, per cui, anche se con diploma non riconosciuto dalla Francia, lo assunsero (gratuitamente per i primi tre mesi) come ragioniere, non avendo lui particolari difficoltà con la lingua francese.

Fu il periodo in cui arrivò, a casa del padre Luigi, la Cartolina di Chiamata alle Armi.

Doveva presentarsi per arruolamento nel corpo della Cavalleria di Trento, con offerta di carriera di Ufficiale se avesse firmato l’arruolamento per tre anni. Caspita! La selezione fatta con cuore e onestà aveva portato i frutti! Nel corpo di Cavalleria si andava se "raccomandati" e invece ...

Ebbe un attimo di esitazione: restare a lavorare in Francia o tornarsene in Italia a fare l'Ufficiale nella Cavalleria. Il padre, avendo perso la sua gioventù in ben otto lunghi anni di guerra e di prigionia che gli avevano rovinato la salute, lo dissuase dicendogli: "Ho fatto più del mio dovere, per me, per te e per tuo figlio quando verrà".

Il lavoro ce l'aveva e con la copia del contratto presentato tramite il Consolato, ebbe la dispensa fino ai trenta anni, dopodiché sarebbe stato esonerato dal servizio di leva.

Era il suo primo vero lavoro che corrispondeva alla sua formazione. Gli utenti menomati fisici, dai sei ai quindici anni, erano ottanta, mentre il personale era composto da una ventina di professioni diverse (medici, psichiatri, infermieri, insegnanti, educatori sociali) per cui la gestione della struttura era abbastanza importante e complessa per un principiante straniero come lui.

Andò bene tuttavia, tanto è vero che vi rimase per più di dodici anni, fino a quando grazie al concorso indetto dal Ministero degli Affari Esteri a Roma (MAE), che vinse, divenne dipendente dello Stato Italiano lavorando presso il Consolato Italiano di Lilla come contrattista.

Era il mese di settembre 1980. Nei mesi che seguirono, fece il concorso interno (MAE) per posti di Cancellieri Contabili e pure per Cancellieri Sociali di cui le Ambasciate Italiane e Consolati Generali Italiani nel mondo avevano bisogno.

Non si presentò alla convocazione di entrambi i concorsi, anzi dette le proprie dimissioni, appena quattordici mesi dopo essere stato assunto in Consolato d’Italia a Lille. Non era d’accordo sul com’erano trattati gli Italiani in sede consolare. Tanta sufficienza e tanta arroganza che diventavano manifesto “abuso di potere”. Impiegati e funzionari seduti “dietro una scrivania”, senza neanche un minimo di rispetto per gli anziani concittadini che si rivolgevano ai servizi consolari.

Un anziano connazionale quando veniva in Consolato, si metteva addirittura sull’attenti prima di entrare. Il Console di allora, che era la peggior caricatura della rappresentanza ufficiale italiana svolta, accelerò la sua decisione di togliere il “disturbo”, era quella volta che il Presidente Pertini fece visita a Lille città del Primo Ministro di allora Pierre Mauroy, il comportamento di quel Console sul palco fu “disprezzevole e irresponsabile oltre che maleducato”.

Prima del periodo consolare, due le cose importanti della sua vita.

La creazione insieme con altri connazionali dell’AIA, Associazione Italiani di Amiens che partecipò alla raccolta di ogni cosa necessaria per gli abitanti dell’Irpinia (vittime del terremoto del novembre ‘80) con un convoglio di due camion colmi di beni di prima necessità che partirono da Amiens.

La sua voglia di riprendere gli studi lo portò dapprima a seguire i corsi della facoltà di Legge di Amiens, ma dovette abbandonare, non erano compatibili continuare il lavoro e fare 160 km ogni volta che andava all’ateneo.

Poi grazie al CNED (Centre National d‘Études à Distance), studiando la sera, tornando dal lavoro, tutti i weekend e nei giorni di ferie, ottenne il BTS Pubblicità. Voleva fare il pubblicitario. Questo diploma purtroppo non gli fu utile, perché in questo ramo di attività, senza una “spintarella” (come si dice in Italia) non si entra.

Come diceva il padre “impara l’arte e metti da parte”.

 

Il ravvicinamento all'Italia …

Dal Nord della Francia volle ravvicinarsi all’Italia. Scese, infatti, ma non accorciò le distanze perché la destinazione fu Bordeaux. Paese di buon vino.

L’istituto, che lo assunse nel settembre del 1982 e dove è rimasto fino al pensionamento come quadro dirigente, si occupa tuttora di liceali e studenti menomati fisici dai sedici ai venticinque anni, con lo scopo di aiutarli nel loro percorso di studio anche universitario e contemporaneamente a renderli autonomi negli atti della loro vita quotidiana.

Durante questo lungo percorso professionale, fatto di reciproco arricchimento confrontandosi con giovani che, seppur con problemi fisici, avevano una notevole umanità ed intelligenza, volle ancora una volta studiare per salire un altro gradino. Seguì i corsi dell’ENSP (Ecole Nationale de la Santé Publique) di Rennes dove sono formati i dirigenti e quadri superiori del campo medico-sociale della Francia.

Anche questa volta, a quaranta anni passati, ottenne il CAFDESS (Certificat d’Aptitude aux Fonctions de Direction d’Établissements Sanitaires et Sociaux).

Tante, tantissime le cose da raccontare di questi anni passati con quei ragazzi. Se ne potrebbe scrivere un libro.

Anche nella Gironda, non si è limitato alla propria attività professionale. Ha voluto occupare parte del suo tempo in attività associative ricreative e culturali.

Ha creato nel 1985 l’ITALIAQUI (contrazione di Italia qui et Aquitania.) con cui promosse un gemellaggio con la città di Vinci portando nove macchine di Leonardo da Vinci a Bordeaux per tutta la durata del primo festival :“Fête des Vins de Graves”, dedicato al nostro grande uomo con l’aiuto dell’Amministrazione Comunale di Vinci. Lo spunto e l’idea nacquero dalla possibilità di ravvicinare i Vini della Toscana con quelli della Gironda.

Cittadini francesi e Vinciani continuano i rapporti, alcuni dei quali con “battesimi”.

Promosse un’integrazione tra i bambini delle scuole elementari di Saint Selve con quelle di Casalvieri, Roselli e Purgatorio per più di una settimana, nell'ambito di un pre-gemellaggio tra i due paesi (gemellaggio che poi non fu fatto).

Due anni dopo il primo “Festival des Vins de Graves”, sempre sull’idea di celebrare una personalità molto conosciuta, fu scelto un personaggio molto noto: Jacques Prévert. Non fu facile, a causa di liti in famiglia per problemi di eredità. Ma il “tour de force” consistette nell’ospitare tutti gli eredi non nello stesso momento ma nell’arco degli otto giorni di festival.

In tutte le sue attività associative, è stato guidato dal suo amore per l'Italia e per Casalvieri in particolare. In tante occasioni è stato una specie di "agenzia" promotrice del Bel Paese, fornendo consigli, indirizzi, opuscoli, un vero vademecum per il turista francese in procinto di attraversare le Alpi. Ha organizzato tanti viaggi e fatto da accompagnatore e "cicerone" a piccoli gruppi, perché sollecitato puntualmente; Firenze, Roma, Venezia, Il Carnevale, le cinque Terre, i nostri famosi Laghi dell’Italia settentrionale.

Da sempre non si è accontentato di tornare ad agosto ogni anno, ma si è sempre aggiornato sulla vita in Italia e sulla quotidianità del Paese natio, Casalvieri. Internet in questo lo ha aiutato ed lo aiuta non poco. Ebbe un immenso piacere quando fu istituito il diritto di voto per gli Italiani all'Estero, non è mai mancato al suo dovere da allora. Per questo motivo si sente sempre un vero italiano (i francesi che lo conoscono bene dicono di lui che quando torna in Italia non è lo stesso uomo, è diverso, più solare, più allegro, anche più dolce).

È come se non fosse mai partito, come se non fosse mai emigrato. E questo non è nostalgia, che tale assolutamente non è.

Dei suoi molti anni, solo undici sono stati vissuti completamente in Italia, cioè il periodo scolastico dai dieci ai ventuno anni. Per quanto riguarda la sua famiglia, niente di straordinario. Ha due figli, Peter e Sofia; due nipotini, Stella e Umberto. Come si può vedere, una vita banale di un emigrato italiano di Casalvieri che partì pieno di speranze, ma che continua tuttora a chiedersi se fece bene a partire nel lontano '68. Forse restando in Paese, magari la sua vita sarebbe stata diversa, in meglio o in peggio, non si saprà mai.

Nella vita si fanno delle scelte che poi si assumono obbligatoriamente e non serve a niente dire che "se Ciccio cacaoua, n' s' m'réoua". Sta di fatto che come dice sempre a chi gli chiede "perché torni in Italia ?", risponde immancabilmente che il tornare in paese è la sua "medicina" che cura il suo stato d'animo e lo fa stare "in pace con se stesso" per tutto l'anno. Certo che non si vive di ricordi e che bisogna "voltare pagina", ma il futuro esiste perché c'è stato un passato. Specialmente quando, come diceva il suo caro amico Fiorenzo, del metro della vita ci rimangono venti centimetri solamente. Sta cercando nonostante tutto di utilizzare nel migliore dei modi questi ultimi venti centimetri che restano ... tornando ancora a Casalvieri, o meglio a Roselli perché ... "partito senza partire".

L'avete capito, questa è ... la mia storia, molto succinta, ma questa è.

 

Dominic Fanelli

 

 

Commenti   

0 #1 Dom’nic 2017-12-17 20:55
Grazie Franco !
Introduzione perfetta !
Grazie con cuore !
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